Il 26 febbraio è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea la direttiva che modifica alcune norme chiave sulla sostenibilità d’impresa, tra cui la CSRD (rendicontazione di sostenibilità) e la CSDDD (due diligence sulla sostenibilità nelle catene del valore). La revisione rientra nel cosiddetto pacchetto Omnibus I, con cui la Commissione europea ha deciso di semplificare alcune regole ESG e ridurre gli oneri amministrativi per le imprese, senza modificare gli obiettivi generali del Green Deal europeo.
Le nuove norme entreranno in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione e dovranno poi essere recepite dagli Stati membri secondo un calendario progressivo:
- entro il 19 marzo 2027 per le modifiche alla normativa sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD);
- entro il 26 luglio 2028 per le modifiche alla direttiva sulla due diligence di sostenibilità nelle filiere (CSDDD).
Meno imprese direttamente obbligate alla rendicontazione
Una delle novità più rilevanti riguarda il campo di applicazione della CSRD. Dopo le modifiche introdotte con il pacchetto Omnibus, l’obbligo di rendicontazione di sostenibilità si applicherà solo alle grandi imprese con più di 1.000 dipendenti e determinati livelli di fatturato o bilancio.
Questo significa che molte imprese che inizialmente rientravano nel perimetro della direttiva ne resteranno fuori, con una riduzione significativa del numero di aziende direttamente obbligate al redazione del bilancio di sostenibilità.
Il punto per le PMI della filiera: il “value chain cap”
Per le PMI che fanno parte della catena di fornitura di grandi imprese, la novità più concreta riguarda il cosiddetto value chain cap. Con tale meccanismo, l’Unione europea stabilisce che le imprese soggette alla CSRD non possono richiedere ai propri fornitori non soggetti alla direttiva informazioni sulla sostenibilità oltre quelle previste dallo standard semplificato per le PMI, ossia lo standard VSME (Voluntary Sustainability Reporting Standard for non-listed SMEs).
In pratica, se una micro-PMI fa parte della filiera di un’impresa soggetta alla CSRD non potrà ricevere richieste di dati ESG illimitate, ma solo quelle previste dallo standard VSME. L’obiettivo, difatti, è evitare che gli obblighi delle grandi imprese si scarichino in modo eccessivo sui fornitori più piccoli.
Il “value chain cap” è espresso in due punti precisi della direttiva: sulla rendicontazione (CSRD) all’art. 19‑bis, par.3 come limite strutturale alle informazioni che una grande impresa può chiedere ai fornitori nella catena del valore; sulla due diligence (CS3D/CSDDD) all’art. 8, par.2‑bis come limite alle informazioni che possono essere richieste ai partner commerciali, con soglia dimensionali e criterio di necessità. La logica della disposizione è la seguente:
- le imprese che redigono la rendicontazione di sostenibilità devono raccogliere informazioni anche sulla catena del valore;
- tuttavia, sono introdotte tutele per le imprese della filiera con meno di 1.000 dipendenti (“imprese protette”);
- le imprese soggette alla rendicontazione non possono chiedere a queste imprese informazioni oltre i limiti previsti dagli standard volontari di rendicontazione per PMI (VSME);
- tali imprese della catena del valore hanno il diritto di rifiutare richieste di informazioni che superano tali limiti.
Responsabilità di filiera: il tema resta aperto
Allo stesso tempo, il dibattito sulle modifiche introdotte con Omnibus I riguarda anche la portata della responsabilità lungo la catena di fornitura. La revisione delle norme tende a concentrare maggiormente i controlli sui partner commerciali diretti (Tier 1), con l’obiettivo di semplificare gli obblighi per le imprese.
Secondo alcuni osservatori, tuttavia, questo approccio potrebbe aumentare il rischio di “conformità di facciata”: sistemi formalmente conformi alle norme ma meno efficaci nel monitorare ciò che accade nei livelli più profondi della filiera produttiva.
Cosa significa per le imprese della moda
Per molte imprese della filiera moda, le modifiche introdotte con il pacchetto Omnibus producono alcuni elementi di semplificazione.
Da un lato, l’innalzamento delle soglie della CSRD riduce il numero di imprese direttamente soggette agli obblighi di rendicontazione di sostenibilità. Dall’altro lato, il “value chain cap” introduce un limite alle informazioni che le imprese soggette alla direttiva possono richiedere ai fornitori non soggetti alla normativa. In linea di principio, quindi, le richieste di dati ESG rivolte alle PMI della filiera non dovrebbero superare quanto previsto dagli standard semplificati pensati per le piccole imprese.
Nella pratica, tuttavia, la situazione è più complessa. Le piccole imprese operano all’interno di filiere produttive e relazioni contrattuali in cui il committente mantiene un forte potere negoziale. Questo significa che, anche in presenza di limiti normativi, i fornitori possono essere chiamati a rispondere a richieste informative più ampie per poter continuare a operare nella catena di fornitura.
Allo stesso tempo, il dibattito sulle modifiche alla normativa europea ha sollevato un’altra questione rilevante: limitare l’attenzione della due diligence ai soli fornitori diretti (tier 1) rischia di rendere meno efficace il controllo sugli impatti reali della produzione.
Nelle catene globali di fornitura, infatti, molte criticità ambientali e sociali emergono nei livelli più profondi della supply chain (tier 2, 3 o oltre). Se l’attenzione si concentra solo sul primo livello di fornitura, esiste il rischio che si crei una “conformità di facciata”, in cui i fornitori diretti risultano formalmente conformi mentre le criticità restano nascoste nei livelli successivi della filiera.
Questo scenario può produrre consistenti distorsioni competitive. Le imprese che investono realmente in sostenibilità lungo tutta la catena di fornitura sostengono costi maggiori per controlli, audit e tracciabilità, mentre chi limita le verifiche al primo livello può continuare ad approvvigionarsi da subfornitori meno conformi e quindi più competitivi sul prezzo.
Per le imprese manifatturiere europee, in particolare per i terzisti e i fornitori qualificati della filiera moda, questo tema è particolarmente sensibile: sistemi di controllo troppo limitati rischiano di penalizzare proprio le aziende che operano nel rispetto delle normative sociali e ambientali.
In questo contesto, la sostenibilità resta comunque un tema centrale nelle relazioni di filiera. Anche quando non sono direttamente soggette agli obblighi della CSRD o della CSDDD, le imprese della supply chain continueranno a essere coinvolte nei processi di raccolta di informazioni sulla sostenibilità, perché i brand e le grandi imprese dovranno dimostrare la sostenibilità dei propri prodotti e dei propri modelli di business.
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