La riapertura del bando Resto al Sud 2.0 rappresenta una buona notizia: un programma storico, rinnovato e rilanciato con una dotazione di 356,4 milioni di euro, torna a supportare nuove idee imprenditoriali nelle regioni del Mezzogiorno.
Un’opportunità importante per under 35 disoccupati o inoccupati che vogliano avviare attività, professioni o piccole imprese nei più diversi settori, con esclusione di agricoltura, pesca e acquacoltura.
Il nuovo bando conferma una struttura flessibile e piuttosto generosa nella copertura delle spese:
- Voucher a fondo perduto fino a 40.000 euro (50.000 se orientati a innovazione, digitale o sostenibilità).
- Contributi a fondo perduto dal 70% al 75% per programmi d’investimento tra 120.000 e 200.000 euro.
- Ammissibili spese per attrezzature, impianti, software, digitalizzazione, arredi, beni immateriali, opere edili e consulenze.
Un impianto solido, che consente anche ai progetti più piccoli o “non convenzionali” di trovare supporto per partire.
Ed è qui che sorge il problema. Perché, se da un lato la misura appare ben costruita, dall’altro i numeri raccolti dall’Area Studi e Ricerche CNA, nell’ultimo report sull’imprenditorialità, raccontano una realtà molto diversa.
L’86,2% degli under 40 intervistati non ha mai utilizzato incentivi pubblici per l’avvio d’impresa. Un dato già alto, ma comunque migliore di quello degli imprenditori più senior, che arriva a sfiorare il 91%.
Si tratta di numeri che dovrebbero far riflettere la politica: nonostante gli strumenti a disposizione, il sistema pubblico di incentivazione continua a raggiungere una quota minima di potenziali beneficiari.
Questo suggerisce che i problemi non siano solo nella dotazione finanziaria, ma più in profondità nella struttura stessa delle politiche per l’imprenditorialità: troppo complesse, troppo selettive, o semplicemente incapaci di incrociare la domanda reale delle giovani imprese.
Negli ultimi anni è aumentata l’attenzione verso start-up e PMI innovative. Il programma Smart & Start Italia, rifinanziato nel 2023 con 108 milioni di euro, rappresenta certamente un intervento utile per imprese ad alto contenuto tecnologico. Con la delega al Governo, contenuta nella Legge annuale per le PMI, per la definizione di un Testo unico su start-up, PMI innovative, spin-off e incubatori, arriva un segnale importante per un riordino atteso da oltre dieci anni e che, se ben attuato, potrebbe semplificare drasticamente la vita di chi fa impresa innovativa in Italia.
Resta il fatto che si tratta di una normativa rivolta a una platea molto ristretta, in quanto richiede requisiti avanzati, riguarda solo progetti innovativi “puri”, non intercetta le migliaia di piccole iniziative che fanno economia nei territori ma che non nascono come spin-off tecnologici.
Insomma: una politica molto utile, ma che non può essere caricata del compito di sostenere l’imprenditorialità giovanile nel suo complesso.
Non sono mancati, negli ultimi anni, tentativi di ampliare la platea dei beneficiari con incentivi dedicati all’autoimprenditorialità e, ad esempio, la stessa misura “Resto al Sud” – nella sua versione originaria – ha rappresentato un sostegno significativo per aprire o consolidare attività nel Sud e nelle aree del cratere sismico.
Eppure, i dati mostrano che:
- l’accesso resta limitato,
- le percentuali di imprese raggiunte dagli incentivi sono bassissime,
- l’impatto sul tessuto imprenditoriale giovanile è ancora marginale.
Questo segnala la necessità di un cambio di paradigma: gli incentivi non possono essere pensati come interventi episodici, a sportello, che aprono e chiudono a esaurimento fondi.
Selene Re, presidente nazionale dei Giovani Imprenditori di CNA sottolinea che “la sfida oggi non è “creare il bando giusto”, ma costruire misure strutturali, con orizzonti temporali certi, capaci di sostenere l’avvio, accompagnare il consolidamento, favorire la continuità delle imprese, creare condizioni competitive durature, ridurre la burocrazia e aumentare la prevedibilità degli strumenti. Resto al Sud 2.0 è un segnale positivo. Ma è solo un pezzo del puzzle, non possiamo, invece, ignorare l’evidenza: gli incentivi pubblici, da soli, non stanno invertendo la rotta dell’imprenditorialità giovanile. Senza una strategia più ampia rischiamo di continuare a sostenere poche iniziative, lasciando indietro la maggioranza dei giovani che vorrebbero mettersi in gioco ma non trovano strumenti realmente accessibili.
“Come CNA Giovani Imprenditori – prosegue Selene Re – riteniamo che oggi serva una revisione complessiva delle politiche per l’impresa, strumenti meno burocratici e più stabili, interventi di accompagnamento e formazione continua, incentivi progettati per tutte le tipologie di iniziative, non solo quelle più innovative”. Solo così potremo creare un ecosistema che permetta davvero ai giovani di costruire impresa, futuro e sviluppo nei territori in cui vivono.
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