L’oro continua a segnare record storici, sostenuto da tensioni geopolitiche, acquisti delle banche centrali e ricerca di beni rifugio: nel 2025 ha aggiornato decine di massimi. In forte crescita anche argento e platino. Se per gli investitori è una fase favorevole, per l’oreficeria italiana lo scenario è molto più complesso.
Il settore, che nel 2024 valeva 12,7 miliardi di euro, registra nei primi nove mesi del 2025 un calo di fatturato (-4,1%), produzione (-11,8%) ed export in quantità (-29,4%). L’impennata dei prezzi dell’oro fa lievitare i costi, immobilizza capitale e comprime i margini, rendendo difficile la programmazione e aumentando il ricorso agli ammortizzatori sociali nei distretti produttivi.
A pesare è anche la forte volatilità: “La produzione è scesa del 40% – ha dichiarato Mauro Benvenuto, presidente nazionale CNA delegato internazionalizzazione orafi al quotidiano “La Stampa”– anche per via dell’incertezza. Per contenere i costi, molte imprese puntano su gioielli più leggeri, design e nuove leghe. Ma cambia anche il mercato dei materiali: l’argento viene sempre più usato come alternativa all’oro, pur registrando anch’esso forti rincari. C’è chi inizia a fare a meno dei metalli preziosi, realizzando ad esempio monili in bronzo. L’estetica rimane identica – spiega Benvenuto – cambia il valore dell’oggetto. Questo potrebbe essere un trend per cavalcare mercati più stabili.”
Tra prezzi elevati, domanda più debole e instabilità dei mercati, il comparto resta dunque sotto pressione, con il rischio di un ampio ricorso alla cassa integrazione anche nel 2026.
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