Non è colpa delle imprese se in quattro anni i prezzi dei generi alimentari sono cresciuti del 25%. Lo afferma CNA Agroalimentare. La crescita dei prezzi dei beni alimentari in Italia è da ricondursi principalmente all’incremento dei prezzi al consumo dei beni energetici saliti tra ottobre 2021 a novembre 2022 del 76%, in una misura ben maggiore rispetto alla media dell’Area euro (+38,7%), dell’Ue a 27 Stati (+36,8%) e dei Paesi europei pari taglia come Germania (+42,7%), Francia (+21,1%) e Spagna (+2,9%)”.
L’aumento del costo dell’energia ha avuto un impatto diretto particolarmente significativo sul settore degli alimenti non lavorati, dove il peso degli input energetici sugli input totali (5,5%) è più del doppio rispetto alla media degli altri settori.
Non è solo l’energia ad aver contribuito alla fiammata dei prezzi dei generi alimentari. Negli ultimi quattro anni le piccole imprese agricole hanno subito le conseguenze dell’impennata del costo dei concimi, dei prodotti fitosanitari, dei mangimi con aumenti che in alcuni casi hanno sfiorato anche il 100%. A partire dalla seconda metà del 2021, inoltre, si sono susseguite pressioni al rialzo sui prezzi internazionali delle materie prime alimentari, dovute alla fase di ripresa economica post pandemica.
Questi aumenti hanno costretto le imprese agroalimentari e soprattutto gli artigiani e le micro e piccole imprese a cercare di ridurre l’impatto dell’aumento dei costi sui consumatori, anche per sostenere i consumi già in crisi, tagliando gli investimenti e intaccando sensibilmente i margini. Fino a rischiare l’uscita dal mercato. Questa è la realtà.
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