Nuova occasione di confronto e approfondimento il 4 dicembre scorso, nella sede del CNEL a Villa Lubin a Roma, dove è stato presentato il primo Rapporto CNEL 2025, intitolato “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”. Un’analisi che restituisce con chiarezza la dimensione strutturale della fuga dei giovani qualificati e il suo impatto sul capitale umano, sul tessuto produttivo e sul futuro economico del Paese.
I dati sono allarmanti: negli ultimi tredici anni 630 mila giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, con un saldo negativo di 441 mila unità. Solo nel 2024 si contano 78 mila partenze, un numero pari a quasi un quarto delle nuove nascite. Un fenomeno che coinvolge sempre più anche le donne, oggi oltre il 50% degli emigrati in molte regioni del Centro-Nord.
L’emigrazione è fortemente selettiva: oltre il 42% dei giovani che lasciano il Paese è laureato, con punte che raggiungono il 50% in alcune regioni. Il capitale umano perso, considerando l’investimento pubblico e familiare, è stimato in 159,5 miliardi di euro, pari al 7,5% del PIL nazionale. Un impoverimento che pesa direttamente sulla capacità di crescita e innovazione delle imprese.
Il confronto internazionale evidenzia una marcata debolezza competitiva: tra il 2011 e il 2024, per ogni giovane proveniente da Paesi avanzati che arriva in Italia, nove giovani italiani scelgono di partire. Regno Unito, Germania e Svizzera restano le principali destinazioni, mentre solo l’1,9% dei giovani stranieri sceglie l’Italia per studiare o lavorare.
A questo scenario si aggiunge la mobilità interna: 484 mila giovani si sono spostati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord, determinando un’ulteriore perdita di capitale umano valutata in 147 miliardi di euro. Un dato che richiama con forza il tema dei divari territoriali e della necessità di politiche mirate per rafforzare le aree più fragili del Paese.
Le analisi svolte confermano una diffusa sfiducia tra i giovani, che chiedono maggiori opportunità professionali, meritocrazia, servizi pubblici efficienti, tutele e qualità della vita. Chi resta, spesso, lo fa più per legami affettivi che per reali prospettive di crescita.
«Questi numeri ci dicono che non siamo di fronte a una scelta individuale, ma a un problema sistemico», dichiara Selene Re, Presidente nazionale di CNA Giovani Imprenditori. Se i giovani lasciano l’Italia è perché non trovano un ecosistema capace di valorizzarne competenze, idee e ambizioni. Fare impresa nel nostro Paese ha rappresentato per lungo tempo uno dei principali strumenti di mobilità sociale, un vero e proprio ascensore capace di trasformare talento e impegno in opportunità. Oggi questo meccanismo appare inceppato. Rimetterlo in funzione significa agevolare concretamente l’attività d’impresa, creando le condizioni perché i giovani possano costruire il proprio futuro qui. Solo politiche che sostengano davvero l’iniziativa imprenditoriale, semplifichino l’accesso al mercato, premino il merito e accompagnino chi investe in idee e competenze possono trattenere i talenti e invertire il trend negativo dell’emigrazione giovanile.
Per CNA Giovani Imprenditori, la fuga dei talenti rappresenta un freno diretto alla competitività del sistema produttivo. Le imprese, in particolare le micro e piccole, faticano sempre più a reperire competenze avanzate e profili qualificati, indispensabili per affrontare le transizioni digitale, ecologica e organizzativa.
«Investire sull’imprenditorialità giovanile significa investire sul futuro dell’Italia», prosegue Selene Re. «Servono percorsi di crescita, formazione di qualità e un contesto che renda possibile avviare e sviluppare un’attività senza ostacoli inutili».
Il Rapporto CNEL indica una chiara direzione: istituzioni, imprese e università devono lavorare insieme per rendere l’Italia un Paese più attrattivo, dinamico e inclusivo. Per CNA Giovani Imprenditori, questa è una priorità strategica: trattenere i giovani non è solo una questione sociale, ma una condizione essenziale per la crescita delle imprese e la competitività del Paese.
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